Riceviamo e volentieri segnaliamo questa iniziativa di FP-CGIL Padova. Sabato 14 aprile alle ore 13.00, visita guidata alla mostra ZANDOMENEGHI e DEGAS a Palazzo Roverella di Rovigo. Animalia, dentro il simbolo animale. Animalia... Vaginalia... S.O.S. Bellezza... Luisa FantinelStorica e critica dell’arte (Università "Ca’ Foscari", Venezia). Perfezionata in Antropologia Culturale e Sociale (Facoltà di Psicologia, Università di Padova). Specializzata in Arte Terapia a indirizzo psicodinamico (Art Therapy, Bologna). Albo Apiart, Associazione Arte Terapeuti Italiani. Docente al Master Endlife. Death Studies & The End of Life, del FISPPA (Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata), Università di Padova. Docente al Master CAT, Creative Arts Therapies del FISPPA (Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata), Università di Padova.Docente al Corso di perfezionamento in Bioetica del DMM (Dipartimento di Medicina Molecolare), Università di Padova. Realizzata nel 1932 in occasione della XVIII Biennale di Venezia, l’opera venne esposta nelle sale della Mostra dell’aeropittura e della pittura dei futuristi italiani, organizzata da Filippo Tommaso Marinetti. Pare che Thayaht non avesse fatto in tempo a realizzare la fusione in “thayahttite” per l’inaugurazione, quindi presentò il modello in gesso, dipinto con una vernice a base di polvere di alluminio che doveva simulare la superficie metallica. Successivamente, la scultura partecipò alla Prima mostra nazionale d’arte sportiva a Roma, per la selezione delle opere da esporre nel 1936 a Berlino in occasione delle XI Olimpiadi. Il modello in gesso de Il Tuffo, alto 289 cm, rimase per alcuni anni ricoverato presso la fonderia Vignali di Firenze, dove venne tratta una controforma, ma mai gettata la fusione. Passato agli eredi di Thayaht, il modello fu conservato per molto tempo in un giardino, fino a quando nel 2005 fu affidato in prestito permanente al MART dalla sig.ra Elisabetta Seeber, figlia di Cristina Michahelles, sorella di Ernesto. • da maggio 2017 a maggio 2018 al Museo Ferragamo di Firenze, in occasione della mostra 1927. Il gesso è stato ottenuto mediante calco da un modello originale, presumibilmente realizzato in argilla. Il calco è formato da due elementi: le gambe del tuffatore, che rappresentano la parte superiore dell’opera, e il busto con testa e braccia. Con ogni probabilità all’interno dell’opera risiede un’armatura metallica, della cui esistenza tuttavia non abbiamo documentazione. Le due parti sono unite tra loro mediante un incastro maschio-femmina a forma di tronco di piramide, sul quale è leggibile l’incisione “E. Thayaht, Firenze, XI, 1932, Benedetto da Foiano”. All’interno della sommità delle braccia è alloggiato un cilindro cavo, atto ad accogliere il perno in acciaio saldato sulla piastra che fa da base dell’opera. Quest’ultima, metallica, è rivestita da cerchi concentrici in alluminio che rimandano al movimento dell’acqua, sostenuti da una struttura in legno. La piscina, il tuffo e l’arte. Nonché un’asta che si preannuncia da record: martedì. La racconta l’Adnkronos. Così. “Un iconico lavoro del britannico David Hockney, 82 anni, un quadro che raffigura un tuffo in piscina, andrà all’asta in cerca di un nuovo record mondiale il prossimo mese: l’obiettivo è di superare il precedente primato del novembre 2018 quando il dipinto «Portrait of an artist (pool with two figures)» venduto da Christie’s a New York per 90.312.500 di dollari (79.708.155 di euro) lo ha consacrato l’artista vivente più caro. Sotheby’s ha reso noto che una delle immagini più famose della carriera di Hockney sarà offerta con una stessa essa stessa da record di 30 milioni di sterline durante la vendita serale di arte contemporanea che si terrà a Londra martedì 11 febbraio. Si tratta di «The Splash» (1966), una pregnante realizzazione del sogno californiano di Hockney: immortala un attimo fugace, il momento in cui immersendosi si infrange l’assoluta calma di una piscina. Il protagonista del dipinto è presente e assente nello stesso tempo. L’opera è un esempio eccellente della fascinazione di Hockney per le «storie d’acqua». Il dipinto in asta il prossimo mese è il secondo di una serie di tre, il più grande dei quali, «A Bigger Splash» (1967), è uno dei gioielli della collezione permanente della Tate di Londra. Con solo una leggera variazione nella composizione, la versione in vendita a febbraio è in stretta relazione con quella della Tate. L’altro dipinto della serie, «A Little Splash» (1966) è conservato in collezione privata e non è mai stato mostrato pubblicamente. Creati in un momento altamente creativo della carriera di Hockney, i «Three Splashes» assicurarono una fama internazionale all’artista e confermarono la sua ineguagliabile perizia nel combinare elementi di minimalismo, astrazione modernista e pop art, in un nuovo stile totalmente suo. Hockney visitò Los Angeles nel 1964. Al suo ritorno a Londra, alla fine dello stesso anno, iniziò immediatamente a lavorare al suo primo dipinto, «Picture of a Hollywood Swimming Pool» (venduto da Sotheby’s a New York nel novembre 2019 per 7,2 milioni di dollari). Tuttavia, è nel 1966 che è iniziata davvero l’infatuazione di Hockney per la città degli angeli. L’artista si trasferì poi a Los Angeles, stabilendosi definitivamente in un appartamento-studio situato all’incrocio tra Pico e Crenshaw Boulevards. Fu qui, tra le estati del 1966 e del 1967, che «The Splash» fu creato. L’ispirazione per la tela presto in vendita - con la sua composizione, il trampolino angolato e l’edificio dal tetto piatto - è nata da una fotografia che Hockney ha visto in un catalogo hollywoodiano di piscine. Los Angeles era tutto ciò che l’artista dello Yorkshire desiderava: una terra di opportunità, ville inondate dal sole, autorevole architettura moderna della metà del secolo, piscine blu, palme e splendidi giovani uomini e donne. Aggiornamento - Martedì: The Splash è stato venduto all’asta martedì per quasi $ 30 milioni. Il dipinto ha raccolto 23,1 milioni di sterline ($ 30 milioni) da Sotheby’s a Londra. La sua stima pre-vendita era stata di 20 milioni di sterline a 30 milioni di sterline. Giugno 1967, California. L’artista David Hockney, da poco giunto nell’assolata Los Angeles, scopre che in ogni villa c’è una piscina. Il clima è disteso, meno frenetico rispetto alle metropoli che è abituato a visitare. Tra le tante riviste che gli capita di sfogliare, una gli ispira il dipinto dal titolo A bigger splash. Il dipinto, di formato quadrangolare, colpisce subito per la brillantezza cromatica, resa più audace dall’utilizzo del colore acrilico. Le campiture piatte descrivono un ambiente che costringe l’osservatore ad interrogarsi, a cercare con lo sguardo tracce della presenza umana. Due palme si ergono all’orizzonte, una sedia vuota è posizionata vicino ad una costruzione di gusto razionale e moderno, un trampolino giallo in primo piano conferisce profondità alla scena. La calma apparente è però spezzata da un tuffo, del quale si avverte quasi il rumore. L’uomo c’è, dunque, ma non si vede. E’ immerso nelle acque della piscina, il cui turchese fa eco al blu del cielo. Tra aria ed acqua, una striscia di terra ricollega la vasca all’edificio. Assoluto protagonista è il colore bianco, steso con pennellate informali ed uniformi, come a disturbare la quiete. Bibliografia: G. Dorfles, A. Vettese, Storia dell’arte 4 - Novecento e oltre, Atlas edizioni, p.
Una sezione introduttiva dell’evento collega il tema del tuffo a una più ampia riflessione sull’arte contemporanea e sul modo in cui l’acqua, la luce e lo spazio influenzano la percezione. La piscina come metafora di libertà e di introspezione estetica emerge come leitmotiv nelle opere citate, dove la presenza umana può essere assente o sublimata dall’elemento liquido. In questa chiave, il tuffo diventa non solo gesto fisico, ma simbolo di trasformazione e di relazione tra soggetto e ambiente.

Il tuffo nell’iconografia di Hockney e la sua influenza
Il dipinto The Splash (1966) e la serie Three Splashes esplorano l’idea di un momento sospeso in cui l’azione è resa visibile solo dall’effetto, dall’impronta sull’acqua e dallo spazio circostante. A Bigger Splash diventa simbolo della vacanza come stile di vita e della cultura pop della California degli anni ’60, con una composizione che privilegia superfici lisce, colori saturi e assenza di figure umane centrali.
La luce artificiale e la gestione della prospettiva, tipiche della pittura pop, assumono qui una funzione cruciale: comunicano una sensazione di modernità così forte da diventare testimone di un’epoca. Il testo originale descrive come l’opera sia un pilastro della pop art e come la sua influenza si estenda al di là della pittura, entrando nel linguaggio visivo contemporaneo, tra fotografia, design e cultura visiva.
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